insegnante: LILA TARRONI

CAMPANIA: “LA TARANTELLA DI MONTEMARANO”
La tarantella è il “quid” del carnevale Montemaranese. Un carnevale autentico e giustamente famoso. Poco sfarzo, ma tanta allegria ed originalità. Non conta aver la maschera più bella o più costosa. Mettersi un vestito (anche a rovescio) e andare a ballare, questo è lo spirito del carnevale Montemaranese. Una tradizione radicata che si ricorda a memoria d’uomo. E si rinnova ogni anno con lo stesso entusiasmo. Un qualcosa che è entrato a far parte del codice genetico dei Montemaranesi.
Tutti in maschera dal più piccolo al più anziano. La riscossa della povera gente, era questo il significato più profondo del carnevale. In quei giorni gli “umili” del paese potevano finalmente riscattarsi, dando vita ad una piccola rivoluzione sociale. I ruoli si invertivano: il contadino diventava signore, il maschio diventava donna e viceversa. Quei “panni” conferivano il gusto della rivincita, la consapevolezza di sentirsi importanti, la sfrontatezza di schernirsi dei “potenti”, l’irriverenza di fare caricature ad effetto. Il popolo diventava protagonista. Era fondamentalmente essere irriconoscibile. Solo in questo modo si sarebbero potuti consumare con più divertimento e maggiore tranquillità le piccole, innocenti “vendette” carnevalesche.
Maschera storica del Carnevale di Montemarano è il Caporabballo, ovvero colui che guida la sfilata, dirige il ballo. La sua “autorità” è imposta da un bastone. Fino agli anni ’50 era diffusa l’abitudine che le famiglie più in vista aprivano le loro case alle maschere. Si danzava tirando l’alba nei capienti ed eleganti saloni. Venivano offerti dolci e leccornie di ogni genere. Gli anziani raccontano con nostalgia della baldoria collettiva che impazzava. Non si faceva altro che ballare, mangiare e bere (l’aglianico ovviamente).
Il carnevale val bene ogni sacrificio. Mai, neppure nei periodi di maggiore povertà, i Montemaranesi si sono negati il piacere di Carnevale. Agli inizi del secolo i contadini, in estate, andavano in Puglia a mietere il grano. Ebbene capitava molto spesso che nel mese di gennaio si facevano dare un anticipo sulla mietitura per comprare i confetti, che avrebbero lanciato a Carnevale. Già, i famigerati confetti, simbolo di abbondanza, di prosperità. Possono essere lanciati in maniera violenta o delicatamente a seconda dell’affetto desiderato. Nessuna paura, si tratta pur sempre di uno scherzo.
Il livellamento sociale ha trasformato per certi aspetti il carnevale. La voglia di divertirsi, di essere originale, è sempre la stessa. Il carnevale sopravvive ai cambiamenti sociali, economici, culturali. Annabella Rossi e Roberto De Simone nel libro “Carnevale si chiama Vincenzo” spiegano perché questa tradizione si rinnova: “I giovani nel ballare la tarantella risentono dell’influenza dei balli moderni, ma comunque hanno il sentimento di conservazione per le tradizioni perché la tarantella e il carnevale rappresentano un momento di liberazione e la consapevolezza di appartenere ad una cultura diversa”.

LABORATORIO DI “LA TARANTELLA DI MONTEMARANO”
Il laboratorio si articola in:
-Presentazione teorica:il contesto storico geografico, la danza legata al rito del carnevale
-Apprendimento della danza: postura, passi; danza processionaria e in cerchio, uso delle castagnette per accompagnare la danza
- Gli strumenti musicali

Il laboratorio sarà condotto da LILA TARRONI